Un matrimonio sotto terra, un film che non scava abbastanza.
Articolo e foto di Marco Lorè
Il punto di partenza è intrigante. Zeller ha detto che l’idea di vedere Cruz e Bardem insieme sullo schermo è venuta prima della storia stessa, e si sente: Bunker nasce intorno a una coppia più che a una trama. Un architetto accetta di costruire un rifugio per un miliardario convinto dell’imminente catastrofe, e la moglie comincia a mettere in discussione le scelte di lui e la loro vita insieme, dopo diciassette anni di matrimonio. Il bunker come metafora della chiusura, della paura del futuro, dell’egoismo di chi può permettersi di salvarsi da solo: l’idea ha un’urgenza evidente.
Il problema è che Zeller sembra fidarsi troppo della metafora e troppo poco del cinema. Dopo l’esordio fulminante di The Father e la caduta di The Son, questo è il suo primo film scritto direttamente per lo schermo, e la sensazione, condivisa da gran parte della critica, è di un autore ancora legato alla scena. Il carattere teatrale è difficile da scrollarsi di dosso, e la regia appare più statica che meditata. Gli ambienti eleganti, le conversazioni a tavola, i dialoghi che spiegano il tema invece di farlo vivere: tutto è curato, tutto è “giusto”, ma di rado pulsa davvero.
Anche l’impianto morale è il punto debole. Come nei film precedenti di Zeller, la moralità fa da motore della trama attraverso dilemmi etici che a tratti sconfinano nel puro simbolismo. Il risultato è un film che ti dice cosa pensare più che lasciartelo scoprire. Chi si aspettava una satira feroce contro i super-ricchi e le loro fughe apocalittiche resterà probabilmente a bocca asciutta: manca la rabbia, e senza rabbia il genere “eat the rich” perde il suo veleno. Qualche recensione segnala poi che la trama prende in prestito elementi importanti dal film argentino El hombre de al lado (2010), un’eredità che il film non sempre riesce a rielaborare in modo personale.
Dove Bunker funziona, e funziona sul serio, è nelle scene a due. Il vero motivo di interesse è vedere Cruz e Bardem sposati sullo schermo: le discussioni su chi abbia sacrificato di più per la carriera dell’altro, i rituali di coppia, il ricordo di quando dormivano intrecciati da giovani. Sono momenti in cui la finzione si assottiglia e l’intimità, vera o costruita, buca lo schermo. Cruz e Bardem non hanno bisogno di presentazioni, e qui danno al film quel calore e quella tensione che la sceneggiatura da sola non produce. Meno incisivo, a quanto pare, l’uso di un supporto di lusso come Graham, Dano e Schwarzenegger, che il film fatica a integrare in modo davvero necessario.
C’è infine un tema di tono: la colonna sonora insistita e a tratti invadente rischia di sottolineare emozioni che dovrebbero emergere da sole, e il ritmo, tra thriller psicologico e dramma coniugale, non trova mai una vera identità.
Bunker è un film ben recitato, ben confezionato e ambizioso nei temi, ma troppo cerebrale e prudente per lasciare il segno. È un netto recupero rispetto a The Son, ma resta lontano dalla forza di The Father. Vale la visione soprattutto per i due protagonisti; come riflessione sul nostro tempo, resta in superficie.
Scheda del film
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Titolo: Bunker
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Paesi di produzione: Francia, Spagna
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Durata: 126 min
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Regia: Florian Zeller
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Attori principali:
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Javier Bardem
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Penélope Cruz
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Genere: Drammatico, Thriller
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