L’esperimento che il cinema non osava più fare. Un’opera colossale, ambiziosa, irripetibile. Un film che si attraversa come un’esperienza.
Articolo di Marco Lorè
Ci sono film che si guardano e film che si abitano. DAU, il progetto monstre di Il’ja Chržanovskij, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Dodici anni di lavorazione, una città-set costruita a Charkiv e popolata per anni da migliaia di persone, un Istituto sovietico ricostruito con maniacale precisione, dalle stanze ai vestiti, dal cibo ai dialoghi: non un set, ma un mondo chiuso con le sue regole, le sue gerarchie, le sue paure. In un’epoca in cui il cinema tende alla prudenza e alla standardizzazione, DAU è un atto di smisurata fiducia nel potere dell’immagine.
Il punto di partenza è la figura del fisico Lev Landau e il clima dell’URSS tra gli anni Trenta e Sessanta. Ma sarebbe riduttivo parlare di film storico. Chržanovskij non racconta lo stalinismo: lo fa respirare. La presenza di non-attori, scienziati, artisti, perfino individui dal passato ambiguo, immersi in una vita parallela e senza “stop” dalla regia, produce una verità fisica, tattile, quasi imbarazzante. Le conversazioni scorrono con una naturalezza che la sceneggiatura più abile non potrebbe mai fabbricare. I silenzi pesano, gli sguardi tradiscono, il potere si insinua nei dettagli più minuti di una cena o di un interrogatorio.
Il risultato è una forma di cinema che sta a metà tra il romanzo-fiume russo, il documentario antropologico e l’installazione d’arte. In DAU. Natasha, il capitolo più compatto e accessibile, la storia di una cameriera della mensa dell’Istituto, interpretata con intensità sconcertante da Natalia Berezhnaya, diventa un piccolo, devastante studio su desiderio, sopraffazione e sopravvivenza. È un cinema che non cerca di piacere, e proprio per questo conquista.
La fotografia di Jürgen Jürges, premiata a Berlino con l’Orso d’argento per il contributo artistico, è una delle ragioni per cui questo progetto non si dimentica. Luce naturale, penombre, corpi ripresi con una prossimità che toglie il fiato: ogni inquadratura sembra rubata al tempo, più che costruita. Le scenografie hanno una densità materica che nessun budget “normale” potrebbe permettere, e restituiscono la sensazione concreta di un’epoca, con la sua polvere, il suo odore di corridoi e di paura.
Sarebbe disonesto non dirlo: DAU è un progetto controverso. I metodi di lavorazione, le zone grigie tra recitazione e vita reale, le polemiche sul trattamento di alcuni partecipanti hanno alimentato un dibattito acceso e legittimo, che chi si avvicina all’opera deve conoscere e giudicare con la propria coscienza. Ma è proprio questa tensione etica a rendere il progetto così vivo: DAU non è un oggetto neutro, ci costringe a domandarci fin dove l’arte possa spingersi, e quale prezzo sia lecito pagare per la verità di un’immagine. Il cinema che pone domande scomode è quasi sempre il cinema che conta.
Lungo, esigente, a tratti ostico, DAU non è un film per tutti, e non vuole esserlo. Ma chi accetta di lasciarsi inghiottire da questo universo troverà qualcosa di raro: un’opera che amplia i confini di ciò che il cinema può essere. Un’esperienza radicale, visionaria, che resta addosso per giorni.
Scheda del film
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Titolo: DAU
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Paesi di produzione: Germania, Francia, Svezia
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Durata: 195 min
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Regia: Il’ja Chržanovskij
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Attori principali:
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Teodor Currentzis
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Radmila Ščegoleva
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Genere: Drammatico
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