McDonagh manda i suoi killer a morire tra i Moai.
Articolo di Marco Lorè
Quattro anni dopo Gli spiriti dell'isola, Martin McDonagh cambia isola e non cambia quasi nient'altro. Al posto di Inisherin c'è Rapa Nui; al posto di due amici che si distruggono per un litigio assurdo ci sono due agenti della CIA, Chris (Malkovich) e Lee (Rockwell), che nell'estate del 1973 hanno appena finito di preparare il terreno al golpe contro Allende e vengono spediti da Santiago sull'isola dal loro capo, MJ (Steve Buscemi), con un pretesto che nessuno dei tre crede fino in fondo. Chris ha un cancro terminale, la morfina quotidiana, un dittafono in tasca e l'abitudine, molto poco consigliabile per un uomo del suo mestiere, di raccontare segreti di Stato a estranei per godersi la loro faccia. Lee gli ha promesso che lo porterà a vedere le statue prima della fine. L'Agenzia, intanto, ha i suoi modi di gestire i rischi per la sicurezza.
È, di nuovo, un film sull'amicizia tra due uomini che non sanno dire la parola amore nemmeno sotto tortura; di nuovo una commedia nerissima costruita su un duo che cammina, litiga, filosofeggia e aspetta la morte in un paesaggio spoglio e monumentale. McDonagh non lo nasconde: la linea Bruges-Inisherin-Rapa Nui è dichiarata, e il Beckett che ci sta dietro pure. La domanda, per chi arriva al terzo giro, è se la formula sia diventata una firma o un'abitudine. La risposta onesta è: entrambe le cose, a seconda della scena.
Le cose che funzionano in questo film sono molte, ma una su tutte spicca in modo evidente: John Malkovich. E non lo scopriamo senz'altro noi.
Il dialogo di McDonagh è scritto per essere sentito come musica, e ha un difetto strutturale: ogni battuta suona scritta. Malkovich la disinnesca perché ha da sempre una dizione che sembra arrivare mezzo secondo in ritardo sul pensiero, come se stesse traducendo a mente da un'altra lingua. Nella sua bocca le frasi geniali non chiedono l'applauso: cadono, si sgonfiano, diventano il rumore di un uomo che si è accorto tardi di essere stato un mostro. La scelta migliore che l'attore fa è non chiedere mai compassione, ed è esattamente per questo che finisce per ottenerla.
Rockwell fa il lavoro meno vistoso e più difficile: è la spalla, il razionale, quello che deve reggere le battute dell'altro e portarsi addosso la tenerezza del film senza mai nominarla. Funziona. La chimica tra i due è la vera messa in scena di Wild Horse Nine, più della trama: due uomini che sanno con precisione millimetrica quanto possono spingersi a vicenda prima di far male davvero. Buscemi, capelli argentei e nevrosi burocratica, ruba la scena ogni volta che entra, e Tom Waits nel ruolo del fratello è un'idea di casting che si commenta da sola.
Il film è bellissimo da guardare, e non è un dettaglio: è la seconda produzione nella storia autorizzata a girare sull'isola, e McDonagh e Ben Davis usano i Moai come Leone usava i deserti, cioè come giudici muti piazzati alle spalle degli uomini. La macabra contabilità dei protagonisti (le uccisioni contate, la classifica morale tra chi ammazza mangiando un panino e chi no) è la cosa più divertente e più agghiacciante che McDonagh abbia scritto da In Bruges.
Scheda del film
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Titolo: Wild Horse Nine
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Paesi di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito, Cile
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Durata: 118 min
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Regia: Martin mcDonagh
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Attori principali:
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John Malkovich
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Sam Rockwell
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Genere: Black Comedy, Thriller
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