L'83ª Mostra del cinema si è aperta il 2 settembre con un premio alla carriera che sembrava un premio alla longevità di un modo di stare al mondo.
Articolo di Silvia Iacomoni
Ci sono premi che raccontano più di chi li assegna che di chi li riceve. Il Leone d'oro alla carriera consegnato a George Clooney nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, mercoledì 2 settembre, appartiene a questa categoria.
Non perché il riconoscimento sia immeritato, ma perché il Lido, per una sera, ha avuto bisogno di lui più di quanto lui avesse bisogno del Lido. Un festival che si apre con ventuno film in concorso, quattro titoli sulla Palestina e un documentario inserito all'ultimo momento dal direttore artistico aveva bisogno di una figura capace di tenere insieme il red carpet e la coscienza sporca dell'Occidente. Clooney fa esattamente questo da almeno vent'anni, e lo fa con una naturalezza che a Hollywood non ha eredi evidenti.
Il premio gli è stato consegnato dal presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, dopo la laudatio di Laura Dern, che l'anno scorso era con lui nel cast di Jay Kelly, in concorso a Venezia 82. La battuta con cui Dern ha chiuso il suo intervento, e cioè che tanto valeva dargli un Leone "a metà carriera" e rivedersi qui fra vent'anni per il secondo, è stata la cosa più intelligente della serata: ha smontato dall'interno la solennità funeraria che questi tributi portano con sé.
Clooney, del resto, ci aveva già pensato da solo. Ha raccontato che alla notizia del premio il primo pensiero è stato l'onore, il secondo il sospetto che qualcuno avesse parlato con i suoi medici. Nella nota diffusa dalla Biennale a luglio era stato ancora più secco: ricevere il Leone è un onore immenso, ha detto, e probabilmente vuol dire anche che sta invecchiando, ma va bene così.
Vale la pena registrare un retroscena che Alberto Barbera ha lasciato cadere alla vigilia: a consegnare il premio doveva essere Brad Pitt, poi costretto a rinunciare per un impegno. Sarebbe stata un'altra serata, più chiassosa e più nostalgica, con i due che si punzecchiano come nel 2024 per Wolfs. Dern ha portato invece un registro diverso, quasi domestico, insistendo sull'uomo prima che sull'attore. È stata una scelta e ha pesato.
Il resto della giornata è stato la macchina del Lido che riparte. Clooney sbarcato alla darsena in completo blu e occhiali scuri, selfie, autografi, una battuta sul caldo. Sul tappeto rosso ha rifatto il numero del 2024: si è seduto in mezzo ai fotografi, ha sottratto una macchina a uno di loro e ha fotografato il gruppo. È il gesto che spiega meglio di qualunque laudatio perché sia diventato quello che è: l'unico divo capace di trasformare l'obiettivo puntato addosso in una cosa condivisa. Ad accompagnarlo Amal, in abito nero. Fuori, i fan accampati da giorni con gli ombrelloni, a turni di notte, per tenere il posto in prima fila.
Sul palco, la conduzione di Greta Scarano e Nicolas Maupas e l'esibizione di Tutti Fenomeni. Scarano, al photocall del giorno prima, si era presentata con un ventaglio con un messaggio di solidarietà al popolo palestinese: un dettaglio che dice quale sarà la temperatura politica di questi undici giorni. La giuria del concorso, presieduta da Maggie Gyllenhaal, si è misurata in conferenza stampa con la domanda inevitabile sulle sole due registe su ventuno film in gara. La risposta, dopo una battuta di apertura, è stata che il problema è sistemico e comincia dai finanziamenti, e che resta aperta la questione di chi decida cosa conti come arte alta. È il tipo di risposta che non chiude il discorso, ed è meglio così.
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