Addio a Tim Curry, l'uomo che ha insegnato al cinema il coraggio di essere diversi.
Articolo di Marco Lorè
Se n'è andato in silenzio, nella sua casa di Los Angeles, il 25 agosto scorso. Tim Curry aveva 80 anni, e per più di mezzo secolo aveva regalato al pubblico qualcosa che pochi attori riescono davvero a dare: la sensazione che ogni suo personaggio, per quanto eccessivo o grottesco, nascondesse una verità autentica.
Lo ricordiamo tutti con il corsetto e le calze a rete del Dr. Frank-N-Furter, lo scienziato pazzo e ambiguo di "The Rocky Horror Picture Show": un ruolo che negli anni Settanta sfidava apertamente le convenzioni, e che Curry portò in scena con un'energia così magnetica da trasformare un film inizialmente snobbato dalla critica in uno dei fenomeni cult più duraturi della storia del cinema. Cinquant'anni dopo, in qualche sala di mezzanotte, c'è ancora chi si veste come lui per cantare insieme allo schermo.
Ma Tim Curry non è stato solo Frank-N-Furter. Era l'inquietante Pennywise nella miniserie tratta da "IT" di Stephen King, il maggiordomo Wadsworth di "Signori, il delitto è servito", il malinconico concierge del Plaza in "Mamma, ho riperso l'aereo: Mi sono smarrito a New York". Era un attore capace di passare dal terrore alla commedia più lieve senza mai perdere la propria identità, un'identità fatta di voce inconfondibile, sguardo tagliente e una capacità rarissima di rendere memorabile anche il personaggio più marginale.
Nel 2012 un grave ictus lo aveva colpito, paralizzandogli il lato sinistro del corpo e costringendolo su una sedia a rotelle. Molti, a quel punto, lo avrebbero considerata la fine di una carriera. Non per lui. Curry aveva continuato a lavorare, soprattutto come voce: generazioni più giovani lo hanno conosciuto senza saperlo, ascoltando la sua voce dare vita al malvagio Palpatine in "Star Wars: The Clone Wars". Nella sua autobiografia, pubblicata l'anno scorso, aveva raccontato con straordinaria onestà la paura di quei primi mesi dopo l'ictus, e insieme una serenità sorprendente nel pensare alla propria fine, che non descriveva come qualcosa da temere, ma quasi come una forma di quiete.
C'è qualcosa di profondamente umano, oggi, nel ripensare a un attore che ha costruito la sua carriera intera sul non avere paura di essere strano, eccessivo, "abrasivo", come amava definire lui stesso i personaggi che sceglieva. In un'industria che spesso premia la cautela, Tim Curry ha scelto il rischio, e ci ha lasciato in eredità la certezza che la vera arte, a volte, nasce proprio dal coraggio di non piacere a tutti.
Se n'è andato un uomo che ha reso straordinario il margine. Resterà, come diceva lui stesso, l'invito a uscire sempre a cercare un orizzonte.
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